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Archivi e archivistica intervista storia dell'Arma dei Carabinieri

La fotografia di polizia giudiziaria e la storia

Alcune considerazioni a margine di un articolo su Indianapolis Police Department e sulle similitudini italiane

Recentemente navigando tra newsletter, email e comunicazioni varie, mi ha colpito una breve intervista condotta a un archivista della polizia di Indianapolis, Patrick Pearsey, che mi ha aiutato a ricordare altre attività avviate a suo tempo, sopraffatte dagli impegni quotidiani in un periodo professionale oramai lontano.

Nell’intervista disponibile sul sito dell’emittente, come trascrizione di quanto registrato in formato audio reperibile su una piattaforma di podcasting, l’archivista parla della sua esperienza all’interno della macchina amministrativa comunale e in particolare in quella dell polizia della metropoli.

Pearsey ha iniziato il suo servizio come funzionario civile oramai parecchio tempo scalando diversi livelli di promozione sino a giungere a questo particolare incarico. La polizia è nel suo sangue, dichiara l’intervistato, perché suo padre era un agente di quel corpo.

Dunque una carriera consapevole e progressiva che, finalmente, gli ha permesso di poter toccare con mano documentazione molto particolare, proprio quella che ha fatto avviare la riflessione di questo post.

Infatti, l’articolo è intitolato “A new visual record of Indianapolis’ past is emerging from crime scene photos”.

Questo punto di partenza è fondamentale. Infatti, l’autore dell’intervista suggerisce immediatamente l’importanza del riutilizzo di immagini del passato della città attraverso le foto delle scene del crimine.

In effetti, si tratta di una modalità di studio del passato di una città complessa come Indianapolis che non sembra essere stata percorsa nel tempo. Il funzionario lavora sull’archivio della sola Sezione Omicidi, i cui documenti iniziano negli anni Venti e che trovano tracce fotografiche a partire dagli anni Quaranta. Le immagini possono rappresentare una grande opportunità di analisi di un territorio sottoposto a enormi trasformazioni, oltre che costituire un elemento significativo che integra i fascicoli investigativi.

Anche ad Indianapolis vale l’esperienza di tanti archivisti che si occupano di archivi di forze dell’ordine.

Infatti, il lavoro di Pearsey segue le orme di un altro archivista iniziato oltre venti anni fa, Bill Lichtenberger, grazie ai suoi sforzi tesi alla preservazione della documentazione. Così il vecchio archivista è ricordato:

“He was very, very dedicated to preserving IPD history. He grabbed stuff out of dumpsters that had been thrown out carelessly, old photos, and we’ve got that now”. 

Il recupero, avvenuto anche in condizioni fuori dal comune come quelle evocate poc’anzi, ha comunque permesso di preservare una parte di quella memoria investigativa della polizia locale e di offrire una nuova visuale di analisi basata su quei documenti che hanno davvero rischiato di finire nella spazzatura.

Qui si pone un grosso interrogativo che riguarda invece archivi, o porzioni di essi, presenti in tutte le strutture investigative. Sino all’ingresso della macchina fotografica digitale e dei cellulari, la Polizia Giudiziaria aveva personale specializzato che si occupava di effettuare riprese fotografiche e poi di svilupparle o farle sviluppare. Si trattava di una competenza specialistica che risaliva a parecchi decenni prima e che aveva dato vita a due possibili stratificazioni: da una parte le immagini fotografiche per fini investigativi finivano nei fascicoli dei reparti che conducevano le attività, talvolta con i negativi dei rullini che rimanevano inseriti all’interno del fascicolo stesso, spesso inseriti in una busta di carta nella minuta del fascicolo fotografico redatto per fini di PG; talaltra, il fotografo del reparto si prendeva cura di raccogliere i negativi, i cosiddetti provini quando erano realizzati e ulteriori altre immagini all’interno di un apposito armadio con la lista dei rullini e le annotazioni relative agli episodi criminali per i quali era intervenuto.

Tale documentazione, che nell’articolo proposto in lettura è visibile con alcuni esempi datati, rappresenta un patrimonio inestimabile che potrebbe essere opportunamente valorizzato per una ricerca storica focalizzata sulla Polizia Giudiziaria e sulla evoluzione dei metodi investigativi ma anche, come ricorda l’articolo da cui si è preso spunto, per rileggere il territorio e le trasformazioni nel corso dei decenni, sia in aree urbanizzate, sia in quelle che non hanno subito eccessive trasformazioni.

Resta da condurre un’azione di tutela e di conservazione di grande profondità e di grande competenza. Qualcosa forse in passato era stato fatto. E oggi? Lo staranno facendo?

Come sempre i numeri parlano. Basterebbe verificare i numeri dei versamenti e in questi il materiale fotografico di polizia giudiziaria individuato, posto sotto custodia, ma anche quello versato negli archivi delle Forze dell’Ordine esonerate dal versamento all’amministrazione archivistica o negli Archivi di Stato.

Se avete qualche suggerimento, scrivete direttamente al nostro indirizzo email.

Buona lettura!

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storia dell'Arma dei Carabinieri

Uno dei maestri: Mario

Il ricordo di un antico collega e maestro, il colonnello dei Carabinieri Mario Serafini

Nell’aprile 2025, la piccola comunità di Carabinieri in servizio e in congedo e di ex allievi della Scuola Militare “Nunziatella” di Napoli fu colpita da una notizia inaspettata. Era mancato alla vita terrena il colonnello (Generale di Brigata poco prima del congedo) Mario Serafini.

Giuramento degli allievi della Scuola Militare “Nunziatella” di Napoli all’interno dello stadio militare “Albricci”. Sfila la Batteria Tamburi alla cui testa si vede l’Allievo Mario Serafini che svolgeva le funzioni di Mazziere.

Mario Serafini era ex allievo della Scuola, corso 1965/1969 178° corso (scientifico B), e aveva proseguito la vita in uniforme entrando in Accademia Militare di Modena, corso Carabinieri. La sua carriera si era sviluppata in diversi incarichi in giro per l’Italia sino ad approdare alla Direzione Investigativa Antimafia dove svolgeva il ruolo di analista, con grandissime capacità.

Aveva una dote innata grazie alla sua capacità di analisi dei problemi e delle vicende, con particolare attenzione alle trasformazioni delle organizzazioni criminali nazionali, ma senza trascurare quelle transazionali o comunque estere che operavano sul territorio nazionale.

Una foto del neo promosso generale Mario Serafini poco prima del congedo

Giunse alla Scuola Ufficiali Carabinieri con i gradi di colonnello tanti anni fa (sicuramente tra il 2006 e il 2008), dove chi scrive svolgeva le funzioni di insegnante aggiunto a due cattedre, quella di Tecnica Professionale e servizio di Stato Maggiore e quella di Arte Militare e delle Operazioni di Mantenimento della Pace.

Era diventato un punto di riferimento in poco tempo, perché esperto, anziano, professionalmente qualificato e riflessivo. Rappresentava effettivamente uno di quei maestri silenziosi che offrivano soluzioni efficaci ai colleghi, soprattutto nei momenti di tensione professionale.

Chi scrive aveva avuto la possibilità di confrontarsi continuamente nel corso delle lunghe giornate che i docenti militari vivevano prima o dopo le lezioni in aula.

Ci ha fatto un grande dono: c’era la possibilità di trovarsi di fronte un vero professionista, un antico ufficiale di polizia giudiziaria che aveva costruito le sue competenze nel corso di lunghi anni di servizio.

Di questa sua capacità c’è una traccia importante, grazie a Radio Radicale. Infatti, si può ascoltare la sua voce inconfondibile nel corso di un processo; in questo caso si ha una testimonianza orale che emerge grazie a Radio Radicale, che ha registrato le udienze di “Ndrangheta stragista” (Filippone e Graviano)”, tra cui quella in cui ha testimoniato. In particolare, si tratta dell’udienza tenutasi a Reggio Calabria lunedì 26 marzo 2018.

Credo che ascoltare le sue parole, la sua testimonianza, rappresentino bene la sua competenza professionale.

Spostando invece l’attenzione agli aspetti più intimi che non tutti riuscivano a scrutare, ci aiuta sempre lui. Alle pagine 44-45 un articolo “incontro tra Ex” porta la sua firma.

Un narratore efficace, ma sempre diretto, con una leggerissima punta di ironia. In particolare, mi sembra importante segnalare alcuni passaggi che rappresentano bene il clima degli anni in cui ho avuto il privilegio di conoscerlo: “Eravamo tra amici. Quegli amici che ti conoscono fin nel profondo dell’anima perché con te hanno vissuto, notte e giorno, nei momenti di difficoltà e in quelli belli, interi anni della tua gioventù. Quando l’essenza del tuo essere si forma e diventa la tua struttura di base, mentale e morale. La stessa che poi avrebbe informato tutto il tuo futuro, qualunque esso fosse. Per tutta la vita”. Questo rappresentava una base comune della nostra militanza di quegli anni lontani. Forse, si può affermare proprio l’incipit di quella frase: eravamo tra amici, aggiungerei, con lui e grazie a lui. La sua sensibilità, il suo savoir-faire consentivano di creare un clima di grande serenità che aiutava tutti, apparentemente tutti senza distinzioni, con quel garbo che lo contraddistingueva, cercando di trasferire un sapere frutto di tanti anni di lavoro. Forse, a questo punto è una mia impressione, con un pò più di attenzione per quegli ex-allievi che si trovavano intorno a lui, tra cui il sottoscritto.

Continuava Mario con un altro passaggio molto significativo: “Gli amici della Nunziatella conoscono i tuoi pregi, i tuoi difetti, le tue debolezze, ogni piega del tuo carattere. Sanno quello che pensi nel momento in cui lo pensi. E non giudicano. Questo non lo fanno mai. Ti sono amici e questo gli basta. Con loro non hai bisogno di creare una rappresentazione di te stesso. Sarebbe inutile, addirittura ridicolo. Loro sanno perfettamente chi sei. Non puoi barare”. Era questo il suo stile di vita, per quel poco che ho potuto capire; egli era consapevole di ciò che era stato, sin dagli anni della Nunziatella, sin da quando era stato mazziere della Batteria Tamburi, un onore riservato a pochi, che ti portava ad essere sempre in prima linea, sempre sotto lo sguardo attento della folla. Era un punto di riferimento, sicuramente discreto ma sempre attento, capace di cogliere quelle sfumature che i più non erano in grado neppure di percepire.

Ancora Mario: “Abbiamo parlato anche degli amici scomparsi. Ogni tanto affiorava il ricordo di uno di loro. Sempre a proposito di storie divertenti, a volte assurde, non sempre edificanti. Del resto non tutte le nostre memorie comuni sono esemplari. E poi quella non era nemmeno una veglia funebre. E la voglia di stare ancora con quelli che non c’erano più, come fossero presenti, era troppo forte. E loro c’erano veramente”.

Tra i tanti episodi, ricordo una cena avvenuta in un ristorante ai Castelli. Ero da poco andato via dalla Scuola Ufficiali Carabinieri, per vivere un’altra esperienza meravigliosa presso l’Ufficio Storico del Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri. Fu l’occasione per riprendere tanti piccoli discorsi che avevamo avviato in quegli anni di vita e di servizio professionale e pensare a quello che sarebbero stati i progetti futuri. In particolare, si era parlato del suo desiderio di lasciare definitivamente Roma e il Centro Italia per raggiungere la famiglia nel Trevigiano dove avrebbe voluto stabilirsi definitivamente. Io ero entusiasta del mio nuovo progetto professionale e gliene parlai con grande enfasi. Ero convinto di poter fare qualcosa di significativo in un settore molto particolare e ad alta professionalizzazione, quale quello dell’Archivistica, piuttosto che della Storia istituzionale.

Ho sempre apprezzato la sua predisposizione all’ascolto e al sostegno dei colleghi più giovani del quadro permanente della Scuola. Ciò consentiva, a chi gli era vicino, di ricevere quell’orientamento e quel consiglio che solo un collega, ma vorrei dire che un amico più anziano sapeva regalarti.

Ha rappresentato senza dubbio una figura importante di quegli anni oramai tanto lontani: era un vero maestro, sul piano umano e sul piano professionale, sempre operativo, sempre alla ricerca di una soluzione da offrire per risolvere un problema.

Proprio alla fine del 2024, dopo tanto tempo, insieme al Generale di Brigata Davide Angrisani, finalmente ebbi la possibilità di pubblicare un contributo di pensiero dedicato alla prima esercitazione complessa realizzata presso la Scuola Ufficiali Carabinieri nella primavera 2008. Tra le tante foto che avevamo ritrovato e che selezionammo per ricordare l’epoca scegliemmo una che evocava la fase di esposizione dei gruppi di lavoro da parte dei docenti militari della Scuola e che ripropongo in questo post.

p. 208 del fascicolo 4 2024 della Rassegna dell’Arma dei Carabinieri. Il colonnello Mario Serafini è il primo in prima fila.

Dunque, è sembrato giusto ricordare un antico collega e maestro, di quei pochi che un disegno superiore da il privilegio di incontrare. Un’attenzione doverosa in segno di profondo ringraziamento per gli insegnamenti che chi lo ha incontrato ha potuto beneficiare.

Grazie Maestro, grazie Mario!

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comunicazione storia dell'Arma dei Carabinieri storia delle forze dell'ordine italiane

Italo Calvino e i Carabinieri

Nel centenario della nascita dello scrittore, una riflessione sull’Arma

Italo Calvino fotografato da Johan Brun (1961)

Il 15 ottobre 1923, nasceva a Santiago de Las Vegas de la Habana Italo Calvino, uno dei più importanti scrittori italiani del Novecento.

Già, ci sarebbe da chiedersi con tre punti interrogativi (almeno), perché un blog di storia dei Carabinieri ricorda Italo Calvino, famoso ai più per racconti fantastici come il visconte dimezzato, il barone rampante o il cavaliere inesistente? Eh già!

I Carabinieri rappresentano gli animali burocratici per eccellenza, osservati con curiosità da parte del grande scrittore. In un suo articolo del 1965, egli parla dell’antilingua.

L’articolo è intitolato per l’appunto “L’antilingua” e fu pubblicato da Italo Calvino sul quotidiano “Il Giorno” in data 3 febbraio 1965. Questo il testo: “Il brigadiere è davanti alla macchina da scrivere. L’interrogato, seduto davanti a lui, risponde alle domande un po’ balbettando, ma attento a dire tutto quel che ha da dire nel modo più preciso e senza una parola di troppo: “Stamattina presto andavo in cantina ad accendere la stufa e ho trovato tutti quei fiaschi di vino dietro la cassa del carbone. Ne ho preso uno per bermelo a cena. Non ne sapevo niente che la bottiglieria di sopra era stata scassinata”.
Impassibile, il brigadiere batte veloce sui tasti la sua fedele trascrizione: «Il sottoscritto, essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato per eseguire l’avviamento dell’impianto termico, dichiara d’essere casualmente incorso nel rinvenimento di un quantitativo di
prodotti vinicoli, situati in posizione retrostante al recipiente adibito al contenimento del combustibile, e di aver effettuato l’asportazione di uno dei detti articoli nell’intento di consumarlo durante il pasto pomeridiano, non essendo a conoscenza dell’avvenuta effrazione dell’esercizio
soprastante»”. E fin qui la prima parte della narrazione dello scrittore, una pagina forse anche un poco scialba che raffigura un momento della vita di ogni sottufficiali dell’Arma, ma le considerazioni arrivano poco dopo perché in realtà Calvino avversa questo fenomeno: “[…] Ogni giorno, soprattutto da cent’anni a questa parte, per un processo ormai automatico, centinaia di migliaia di nostri concittadini traducono mentalmente con la velocità di macchine elettroniche la lingua italiana in un’antilingua inesistente. Avvocati e funzionari, gabinetti ministeriali e consigli d’amministrazione, redazioni di giornali e di telegiornali scrivono parlano pensano nell’antilingua.
Caratteristica principale dell’antilingua è quella che definirei il «terrore semantico», cioè la fuga di fronte a ogni vocabolo che abbia di per se stesso un significato, come se «fiasco» «stufa» «carbone» fossero parole oscene, come se «andare» «trovare» «sapere» indicassero azioni turpi.
Nell’antilingua i significati sono costantemente allontanati, relegati in fondo a una prospettiva di vocaboli che di per se stessi non vogliono dire niente o vogliono dire qualcosa di vago e sfuggente.
Abbiamo una linea esilissima, composta da nomi legati da preposizioni, da una copula o da pochi verbi svuotati della loto forza, come ben dice Pietro Citati che di questo fenomeno ha dato un’efficace descrizione.
Chi parla l’antilingua ha sempre paura di mostrare familiarità e interesse per le cose di cui parla, crede di dover sottintendere: «io parlo di queste cose per caso, ma la mia «funzione» è ben più in alto delle cose che dico e che faccio, la mia «funzione» è più in alto di tutto, anche di me stesso».
La motivazione psicologica dell’antilingua è la mancanza d’un vero rapporto con la vita, ossia in fondo l’odio per se stessi. La lingua invece vive solo d’un rapporto con la vita che diventa comunicazione, d’una pienezza esistenziale che diventa espressione. Perciò dove trionfa l’antilingua – l’italiano di chi non sa dire ho «fatto», ma deve dire «ho effettuato» – la lingua viene uccisa” (l’articolo è stato poi ripubblicato in: Una pietra sopra. Discorsi di letteratura e società, Milano, Arnoldo Mondatori Editore, 1995, pp. 149-154).

Ecco che il brigadiere ha svolto il suo dovere, un dovere antico fatto seguendo quel linguaggio interno dell’Arma, conosciuto ai militari stessi come il “Carabinierese”. Calvino aveva ragione: si tratta di un linguaggio misterico, oscuro che si impadronisce del giovane non appena indossa l’uniforme, già da allievo.

Guardando a tanti anni fa, ad un altro scritto anch’egli di fama, Edmondo De Amicis, scopriamo che in tanto tempo ci sono delle permanenze. Egli parlando del famoso, a quei tempi, “Carabiniere Gamalero” (se ne è scritto sul Notiziario Storico alcuni anni fa), identificato poi correttamente in Gamaleri.

Lo scrittore di fine Ottocento, in Alle porte d’Italia (p. 174), parla di questo Carabiniere Reale ricordando le vicende che portarono alla cattura di un noto bandito dell’epoca in cui Gamaleri era in servizio. Presentando proprio la narrazione che De Amicis ebbe con quest’ultimo scrisse: “Per la prima mezz’ora, parò piemontese; poi, a poco a poco, si mise a parlare italiano, malgrado le nostre preghiere, quasi forzato da non so che capriccio fonico della memoria; un italiano stranissimo, tutto intessuto di frasi da rapporto e di parole vernacole italianate con una desinenza in i; ma che non ci facevan ridere, né sorridere, perché eran l’espressione ingenua e rozza di quello che aveva d’italiano nell’anima, un’eco della gran voce della patria unita, ch’egli era arrivato in tempo a sentire negli ultimi anni della sua vita di soldato”.

Certamente, se consideriamo quest’ultimo Carabiniere o l’immaginario brigadiere di Calvino, si deve ragionare anche sul fatto che si trattava di uomini in possesso di una istruzione elementare, una formazione di base che continuava ad essere aggiornata attraverso i testi dell’Arma, i codici e le leggi e che facevano soprattutto del brigadiere un perfetto e compito burocrate dell’antilingua che diligentemente riceveva denunzie e provvedeva poi a condurre le indagini del caso.

Insomma, un silenzioso servitore dello Stato che ogni giorno si metteva alla macchina da scrivere e compiva il suo dovere; qualche altro giorno, indossava la sua bandoliera per svolgere il servizio esterno; qualche volta sarebbe accaduto che un Carabiniere di questi non sarebbe potuto più tornare a casa dalla sua famiglia. Scrivere l’antilingua in l’uniforme da Carabiniere qualche volta, ancora oggi, costa la vita.

Dunque, anche noi di Storia dei Carabinieri vogliamo ricordare la nascita di Calvino e queste brevi considerazioni sono dedicate a lui e a quel brigadiere che compare nell’articolo del 1965, ben 58 anni fa. Resta da chiedersi se dopo cinquantotto anni dalla pubblicazione di Calvino il “Carabinierese” sia ancora una lingua praticata o lentamente si sia scelto un linguaggio più vivo, più vicino alla vita di tutti i giorni, a quella vita che i Carabinieri vivono da oltre 210 anni.

Resta aperta dunque la domanda se i corpi amministrativi dello Stato, più in generale, sono riusciti a emanciparsi da quella certezza di regole e norme (applicate agli sconosciuti ma interpretate per gli amici) per garantire agli abitanti di questa Italia del XXI secolo di sentirsi Cittadini e non più sudditi di un vorace mostro amministrativo.

Con queste ultime considerazioni ricordiamo la riflessione di Italo Calvino e le sue meravigliose narrazioni.

Nota: Nei testi di Calvino i corsivi sono del sottoscritto.